La mano rappresenta uno dei distretti anatomici più complessi e specializzati del corpo umano, capolavoro di ingegneria biologica e un canale fondamentale per l'espressione della nostra umanità. Combina una forza straordinaria nella presa a una delicatezza millimetrica nel tocco, contiene migliaia di terminazioni nervose che la rendono il nostro principale organo di esplorazione tattile, ed è lo strumento con cui creiamo, comunichiamo stati d'animo e stringiamo legami. Per queste ragioni la sua integrità è di grande importanza per l’autonomia e la qualità della vita quotidiana. Vediamo le 3 più frequenti patologie non traumatiche (neurologica, tendinea e articolare) a carico di questo distretto.
La Sindrome del Tunnel Carpale (STC)
La Sindrome del Tunnel Carpale è la più comune neuropatia da intrappolamento dell’arto superiore e consiste nella compressione del nervo mediano e dei suoi rami a livello del polso dove passa, sul lato palmare, all’interno di un canale costituito da un pavimento osseo (ossa del carpo) e da una volta legamentosa (legamento trasverso del carpo). Tale struttura legamentosa, in particolari condizioni, può ispessirsi ed assieme alla tenosinovite, che è una patologia infiammatoria dei tendini flessori delle dita (che passano anch’essi nel canale), può portare a una riduzione dello spazio nel quale il nervo risiede. La compressione del nervo provoca una difficoltà di conduzione dell’impulso nervoso che si può manifestare con formicolio, pizzicore, prurito, sensazione di punture di spillo, riduzione della sensibilità (ipoparestesie) o dolore a carico della porzione palmare del pollice, dell’indice, del medio e di metà dell’anulare. In una fase più avanzata, dovuta alla sofferenza ed alla degenerazione del nervo stesso, si può arrivare anche alla perdita della sensibilità e della forza di prensione, sintomi che possono migliorare ma che generalmente non scompaiono neanche dopo intervento chirurgico. Talvolta, a seguito di varianti anatomiche, il formicolio può coinvolgere anche altre parti della mano. Queste manifestazioni si presentano con prevalenza durante le ore notturne (interrompendo frequentemente il sonno), a causa della stasi venosa indotta dall'immobilità e dalla posizione flessa del polso.
Il percorso terapeutico nelle fasi precoci si avvale dell'adozione di un tutore notturno che serve a mantenere il polso in posizione neutra, massimizzando lo spazio endo-canalare. A questo si affiancano terapie manuali (manipolazione fasciale e neurodinamica), Laser terapia, integratori neurotrofici e infiltrazioni locali di corticosteroidi. Qualora la terapia conservativa si dimostri inefficace, viene indicata la decompressione chirurgica. L'intervento, eseguito in regime ambulatoriale e in anestesia locale, prevede la sezione del legamento trasverso del carpo per via open o endoscopica, e una verifica delle condizioni del nervo mediano sottostante, con la liberazione dello stesso da eventuali aderenze, garantendo un rapido sollievo dai sintomi dolorosi e dal formicolio.
Il Dito a Scatto: Tenosinovite Stenosante dei tendini flessori
Si tratta di una tendinite che può colpire senza preferenze uno o più dita della mano. I tendini flessori scorrono al di sotto di ponti fibrosi (pulegge) che mantengono tali tendini vicini al piano osseo, per ottimizzare il loro funzionamento. In condizioni particolari la puleggia situata alla base delle dita (puleggia A1) può diventare stenotica, impedendo il regolare e fluido scorrimento dei tendini flessori e causando così una dolorosa sensazione di scatto del dito, fino al vero e proprio blocco dello scorrimento con impossibilità di mobilizzazione. Nelle prime fasi, il blocco è transitorio e risolvibile autonomamente dal paziente, mentre nei casi più avanzati il dito può rimanere permanentemente bloccato in flessione, richiedendo una riduzione manuale passiva. Le sollecitazioni meccaniche ripetute o i microtraumi continui possono scatenare e poi mantenere questa infiammazione cronica con conseguente ispessimento della puleggia e formazione di un nodulo fusiforme sul tendine stesso, queste alterazioni rendono il problema non risolvibile con le terapie conservative. Le condizioni predisponenti oltre a sollecitazioni e traumi sono il diabete, l’artrite reumatoide e l’ipotiroidismo.
La gestione iniziale mira al controllo delle condizioni predisponenti, qualora presenti, ed alla riduzione del processo infiammatorio mediante il riposo funzionale, l'applicazione di tutori diurni e notturni, cicli di farmaci antinfiammatori, Laser terapia e infiltrazioni di corticosteroidi. Qualora la sintomatologia persista o si verifichino frequenti recidive, si può ricorrere al trattamento chirurgico che è definitivo e prevede la sezione longitudinale della puleggia A1, liberando cosi il tendine e ripristinando istantaneamente il fluido scorrimento del tendine flessore.
La Rizoartrosi o Artropatia degenerativa dell’articolazione trapezio-metacarpica (TM)
L’articolazione alla base del pollice è detta trapezio-metacarpale, poiché è formata da un ossicino del polso (il trapezio) e dalla base del primo metacarpo. Trattandosi di un'articolazione a sella dotata di un'ampia mobilità tridimensionale, ed essendo sottoposta a carichi biomeccanici elevati durante le normali attività di pinza e presa, le cartilagini che rivestono il trapezio e il primo metacarpo sono soggette ad un’usura precoce rispetto ad altre articolazioni. La degenerazione di questa articolazione può essere causa di vivo dolore alla base del pollice soprattutto nell’esecuzione della “pinza” tra pollice e indice, e accentuata dai movimenti che richiedono forza o precisione, come la rotazione di una chiave nella toppa, l'apertura di un barattolo o la scrittura. Il progressivo deterioramento della cartilagine articolare determina l'esposizione del tessuto osseo sottostante, innescando un processo infiammatorio cronico e la successiva formazione di osteofiti periferici. Tra le condizioni favorenti c’è la familiarità, attività di particolare impegno per l’articolazione e pregressi traumi dell’articolazione trapezio-metacarpale. Nelle forme iniziali o comunque scarsamente dolenti, il dolore e l’instabilità articolare possono essere controllati con tecniche conservative, mediante il riposo, l’uso di tutori in plastica rigida che servono a mantenere il pollice in posizione corretta, gli adattamenti posturali, la Laser terapia, l’uso di farmaci anti-infiammatori cortisonici o non cortisonici, e in caso selezionati una fisioterapia di rinforzo dei muscoli stabilizzatori della colonna del pollice e la magnetoterapia.
Nei casi in cui il trattamento conservativo non sia sufficiente a controllare i sintomi, e l’articolazione vada incontro a gravi fenomeni degenerativi, con progressiva distruzione articolare, la chirurgia può offrire diverse soluzioni. In linea generale, lo scopo della chirurgia è quello di eliminare o ridurre il dolore e stabilizzare l’articolazione, restituendo al pollice una migliore funzione globale rispetto alle condizioni preoperatorie, funzione che non sarà però mai uguale quella originale. La soluzione più diffuse è l’artroplastica in sospensione che consiste nell’asportazione del trapezio (trapeziectomia) e nell’utilizzo di una parte del tendine abduttore lungo del pollice (ALP) che viene inserito nello spazio che si è creato dopo la rimozione del trapezio, per mantenere in “sospensione” il primo metacarpo. Nei primi mesi post-operatori intorno al tendine si crea poi un tessuto fibroso che funge da “cuscinetto” alla base del primo metacarpo. In questo modo non ci sarà più l’attrito tra le due ossa che provocava dolore. Questa tecnica chirurgica presenta percentuali di successo variabili dal 90% al 95%, la quota non trascurabile di insuccessi è legata alla variabilità della risposta di ciascun Paziente all’atto chirurgico, all’evoluzione del decorso postoperatorio e dei processi di riparazione tessutale.
Conclusioni e Prospettive Cliniche
La diagnosi differenziale e l'inquadramento precoce di queste patologie rappresentano un momento cruciale per la salvaguardia della funzionalità della mano. Un intervento tempestivo permette di privilegiare opzioni terapeutiche conservative, minimizzando l’impatto biologico sul paziente e riducendo la necessità di ricorrere all'atto chirurgico.