La Depressione Post-partum (PPD) è attualmente la condizione clinica più diffusa nelle donne nel periodo successivo al parto, con possibili implicazioni negative (Wang et al. 2021) a carico del benessere e della salute delle neomamme, dei loro bambini e della famiglia da cui sono circondate (Yim et al. 2015). L’arrivo di un figlio è un evento naturale ed intrinseco nel corso di vita di una donna; tuttavia, definire la maternità come “naturale” può essere riduttivo, poiché non sempre rappresenta un avvenimento semplice o privo di difficoltà per chi lo affronta. Il parto è un evento tanto straordinario quanto complesso e può implicare l’insorgere di numerose complicazioni psicologiche e mediche.
L’importante dose di sofferenza che può verificarsi in questa fase, se non adeguatamente riconosciuta e affrontata, potrebbe influire nello sviluppo sia cognitivo che emotivo della madre e anche dello stesso neonato (Petrilli 2021).
Certamente, va preso in considerazione che non in tutte le circostanze in cui si riscontrano manifestazioni sintomatologiche si arriva poi alla diagnosi di PPD. Infatti, in alcuni casi noti come “blues post-partum”, la sintomatologia depressiva tende ad attenuarsi entro i primi dieci giorni successivi al parto. È quindi, il decorso temporale il fattore predominante che permette di distinguere altre casistiche dalla PPD; ovvero di differenziare dei sintomi transitori da una condizione clinica perdurante con una marcata compromissione del funzionamento generale e richiedente un trattamento specifico (Yim et al. 2015).
L’evoluzione fisiologica durante la gestazione comporta notevoli modificazioni biologiche che, nella maggior parte dei casi, rappresentano risposte adattive per la preparazione dell’organismo alla nascita e al successivo allattamento (Skalkidou et al. 2012). In seguito al parto, si va incontro ad una brusca alterazione dell’equilibrio omeostatico, che fino a quel momento era stato finemente regolato, garantendo la corretta integrazione dell’unità materno-placentare-fetale. Nel corpo femminile le fluttuazioni ormonali si originano per permettere un buon adattamento alle esigenze, spesso contrastanti, della relazione madre-bambino. Dunque, la neomamma si trova ad affrontare repentini cambiamenti dei suoi sistemi fisiologici, sin dai primi momenti del periodo postnatale. Questo processo avvia gradualmente un’evoluzione volta allo stabilirsi di un nuovo equilibrio, un equilibrio in cui l’organismo si adatta all’assenza fetale. Il corpo, in questa circostanza, si trova a riprogrammarsi in un lasso temporale più o meno variabile e che, in alcuni casi, può richiedere svariati mesi per riassestarsi essendo influenzato da molteplici fattori (Ilona S. Yim et al. 2015). In definitiva, gli aggiustamenti biologici del postparto possono provocare delle ripercussioni sul benessere psicologico della mamma, generando potenziali compromissioni anche nello sviluppo psicofisiologico del bambino (Worthen and Beurel 2022). Affinché il corpo della donna si adatti in modo ottimale alle alterazioni fisiologiche è necessario che si verifichi una sequenza coordinata e progressiva di modificazioni neuroendocrine. Questi cambiamenti collaborano all’equilibrio fisiologico e comportamentale della donna, permettendo al corpo di affrontare il periodo della gravidanza, e anche quello che ne segue, in maniera adeguata (Maguire et al. 2020).
L’identificazione precoce della PPD e l’attuazione di un trattamento consono nella fase post-natale possono contribuire ad alleviare in modo significativo la sofferenza della donna, riducendo a sua volta gli effetti negativi che derivano dalla psicopatologia (Mirabella et al. 2016).
Tuttavia, riconoscere tempestivamente le donne a rischio non è sempre semplice. Lo stigma sociale che ancora oggi circonda i disturbi mentali materni rappresenta infatti un ostacolo: molte donne evitano di chiedere aiuto per paura di sentirsi giudicate come delle “cattive madri” (Iapichino et al. 2012). Il sentirsi inadeguate nel proprio ruolo materno diventa piano piano un peso insostenibile, una colpa silenziosa che la donna porta con sé e che cerca di nascondere agli occhi della società. Una società che ad oggi è governata dall’individualismo, in cui il tempo scorre con un ritmo molto veloce e dove la maternità comporta un’inversione di rotta: la madre deve rallentare per poter accogliere il proprio bambino, capire le sue esigenze e favorirne il suo sano sviluppo (Avalos et al. 2016). Per prevenire l’instaurarsi di pensieri disadattivi e patologici, come il senso di inadeguatezza, ambivalenza affettiva o, nei casi più gravi, il rifiuto del proprio bambino, è necessario intervenire già dalla gravidanza. Gli interventi preventivi dovrebbero essere rivolti a tutte le donne, con particolare attenzione a quelle che mostrano segni di vulnerabilità personale già nel peri partum. In questo contesto, i corsi preparto offrono un’occasione preziosa poiché rappresentano un percorso di educazione prenatale non obbligatorio, ma fortemente consigliato, messo a disposizione per tutte le donne. Durante il corso vengono effettuati diversi incontri con le figure professionali sanitarie come pediatri, ostetriche e psicologi in modo tale da approfondire le differenti tematiche correlate al parto nel modo più completo possibile (Gagnon and Sandall 2007).
All’interno dei programmi di educazione prenatale lo psicologo, durante il suo incontro, mette a disposizione delle semplici ma efficaci tecniche utili per affrontare con maggiore consapevolezza e serenità il post-partum. Inoltre, si occupa di rispondere ai dubbi delle partecipanti, offrendo supporto e chiarimenti sulle tematiche psicologiche più comuni che possono emergere con la nascita di un bambino. Tra i temi trattati si va dal travaglio-parto, con consigli pratici e strategie su come affrontarlo al meglio, fino ad arrivare alle fasi successive, spesso coprendo i primi due anni di vita del bambino. Vengono proposte strategie per potenziare il problem solving, imparare a esprimere le proprie emozioni con assertività, ritagliarsi spazi per il benessere personale attraverso attività piacevoli, e prepararsi ad affrontare eventuali difficoltà relazionali con il proprio partner (Mirabella et al. 2016). Negli ultimi anni si è assistito ad una significativa diffusione dei corsi preparto, il cui obiettivo principale è quello di fornire indicazioni comportamentali utili a rafforzare l’autostima e il senso di adeguatezza genitoriale (Cicchiello 2017). Durante questi corsi è favorita anche la partecipazione dei partner. Coinvolgendo l’altro genitore non solo gli si consente di apprendere strategie di supporto pratico ed emotivo, ma lo rende anche più attento e preparato a riconoscere precocemente eventuali segni che riconducono alla PPD nella propria compagna (Mirabella et al. 2016).
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